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Ave Mary di Michela Murgia

In sintesi “Ave Mary”,scritto con stile brillante e accattivante, contiene vari spunti ed argomentazioni di sicuro interesse,ma per altri versi presenta notevoli carenze.

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Scheda del Libro

Titolo Ave Mary
Autore Michela Murgia
Uscita 2011
Editore Einaudi
Pagine 159
Recensito da Chiara Rossi
ISBN 9788806201340
Anteprima
Genere Religioso

Recensione/Trama

Poiché ho recentemente pubblicato un saggio sul genio femminile (“Il genio delle donne”, Edizioni Il Molo, 2009), che parte dal punto di vista della Chiesa cattolica sull’argomento, il vedere in libreria l’ultima opera di Michela Murgia, “Ave Mary – E la Chiesa inventò la donna”, ha suscitato immediatamente la mia curiosità. Perciò ho letto il libro della Murgia con interesse ed attenzione.

In sintesi “Ave Mary”, scritto con stile brillante e accattivante, a mio avviso contiene vari spunti ed argomentazioni di sicuro interesse, ma per altri versi presenta notevoli carenze.

Di “Ave Mary” ho apprezzato soprattutto la critica ad alcune radicate convinzioni popolari, alimentate da secoli di predicazione in salsa maschilista, che hanno portato ad interpretazioni distorte e fuorvianti della figura della donna nella Bibbia, e di Maria in primis.

Le argomentazioni che ho reputato più corrette e condivisibili sono quelle che riguardano l’erronea attribuzione ad Eva della colpa maggiore (rispetto ad Adamo) dell’umana caduta e soprattutto quelle che presentano Maria come una donna libera, indipendente, “sovversiva”, fuori dagli schemi del suo tempo, assertiva, dotata di fede ma anche di ragione: le stesse pagine che criticano giustamente e con vigore tutte le innumerevoli interpretazioni maschiliste che sono state date al “sì” di Maria.

Altri passi di “Ave Mary” che ho condiviso sono quelli che riguardano la critica all’odierna rimozione mediatica (fino al disprezzo) della donna che invecchia, la quasi totale assenza nella predicazione e nella pittura della parabola della dramma perduta e l’arguta analisi della figura della donna protagonista della parabola stessa.

Apprezzabile è anche il passo riguardante il manifesto pubblicitario di Telefono Donna, nonché la decisa critica che Murgia fa ai detrattori di questa immagine. Aggiungo che l’autrice avrebbe potuto utilizzare un forte elemento in più per sostenere la sua tesi: le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica “Mulieris dignitatem”, con le quali egli, riferendosi all’episodio della donna sorpresa in adulterio e perdonata da Gesù (Gv 8, 3-11), lamenta il fatto che la donna, purtroppo, “paghi da sola” per il proprio peccato (mentre il peccato maschile, pur egualmente grave, rimane impunito). Proprio come avviene nei casi che il manifesto di Telefono Donna intende giustamente condannare.

Ecco, ho appena citato un riferimento alla “Mulieris dignitatem” di Giovanni Paolo II. Ed è proprio soprattutto sui documenti papali che vorrei spostare l’attenzione.

Nel libro di Michela Murgia ho notato infatti alcune “pesanti” assenze, soprattutto una: la “Lettera alle Donne” di Giovanni Paolo II, del 1995. Questo documento, che è stato una delle principali basi su cui ho fondato il mio saggio “Il genio delle donne” è, per il suoi “rivoluzionari” contenuti, una vera e propria pietra miliare nel pensiero della Chiesa sulla donna. Ecco le sue tesi principali:

1)      La presenza della donna è fondamentale nella società e nella politica del futuro, in tutti gli ambiti (compresi quindi i settori in cui attualmente lavorano prevalentemente i maschi), al fine di creare un mondo più giusto ed umano. Le donne devono poter influire concretamente sulle politiche delle nazioni e promuovere soluzioni originali ai problemi economici e sociali. Viene esaltata e ringraziata, oltre alla donna sposa, madre, (…), consacrata, anche la donna lavoratrice.

2)      La propensione della donna ad essere aiuto per gli altri e a curare le relazioni umane va intesa in senso lato e non ristretta all’ambito domestico né solo alle professioni sanitarie, assistenziali o educative (che pure hanno un’importanza fondamentale): va estesa ed applicata a tutte le professioni. Se ne deduce che anche, ad esempio, una donna (politica, architetto, urbanista, ambientalista…) che si batte contro la realizzazione di un mega-progetto edilizio direzionale-commerciale che snaturerebbe, oltre all’ambiente, gli stili di vita (con la spinta all’eccessivo consumismo e a una mobilità ancora più incentrata sull’auto), le relazioni sociali e danneggerebbe le piccole attività lavorative, e che propone valide alternative più ecologicamente ed “umanamente” sostenibili, aiuta gli altri, mette a frutto la sua “capacità dell’altro” ed è un esempio di genio femminile.

3)      Va posto in dovuto rilievo il “genio della donna” per fare ad esso più spazio nella Chiesa e nella società.

4)      E’ un grave errore discriminare le donne sul lavoro quando scelgono di diventare madri. E’ urgente ottenere dappertutto uguale salario (uomo/donna) a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni di carriera per le donne.

5)      L’apporto fondamentale delle donne nella storia non è stato, purtroppo, adeguatamente riconosciuto. La storia dell’umanità ha un debito incalcolabile nei confronti del contributo femminile. Addirittura, le donne sono state purtroppo espropriate del loro apporto intellettuale, oltre che ancor più spesso escluse da un’educazione paritaria.

Altri documenti pontifìci, anche di Benedetto XVI, affermano esplicitamente che le donne dovrebbero ricoprire anche ruoli decisionali in molti settori, quali ad esempio quello dei media e delle comunicazioni sociali, o del turismo.

A tutti questi documenti ufficiali della Chiesa ho dato ampio rilievo nella prima parte del mio saggio “Il genio delle donne”, oltre a citarli ovviamente tutti in bibliografia. E ho precisato che, purtroppo, “non tutti i membri della Chiesa, consacrati e non, seguono queste direttive”. Ossia, il problema non è la carenza di disposizioni ecclesiali sull’argomento: è il fatto che spesso si ignora la loro esistenza, o che qualcuno che le conosce fa finta che non esistano, e non ne parla.

Stupisce che Murgia non abbia nemmeno accennato a documenti di tale importanza e valore.

Già nella Bibbia stessa, peraltro, come spiego ne “Il genio delle donne”, Gesù Cristo mostra un atteggiamento di rispetto, onore, accoglienza nei confronti delle donne. Proprio alle donne, tra l’altro, è affidato il fondamentale compito dell’annuncio della Resurrezione.

Riguardo al presunto rapporto di subordinazione della moglie nei confronti del marito nel matrimonio cristiano (ultimo capitolo di “Ave Mary”), l’udienza di Giovanni Paolo II dell’11/8/1982 – che ho considerato nel “Genio delle donne” ma che non è citata da Murgia – spiega che la sottomissione di cui parla san Paolo è da intendersi come reciproca e che non vi deve essere alcun rapporto di dominio del marito nei confronti della moglie. Come suggerisce giustamente Murgia, affinché si realizzi un rapporto di reciproco rispetto, il marito dovrebbe essere come Cristo, sotto tutti gli aspetti ovviamente, non solo sotto quelli che fanno comodo. D’altra parte, se ci si pone un modello, è evidente che l’optimum consista nel rispettarlo. E chi non lo rispetta, o almeno non si prefigge sinceramente di rispettarlo, non può dirsi cristiano.

Su questo argomento si è espresso anche Benedetto XVI, durante un suo viaggio in Brasile nel 2007. Come ho spiegato nel “Genio delle donne”, egli ha duramente condannato il fenomeno del “machismo”, una forma di maschilismo esasperato, comune in America Latina, che comporta un vero e proprio dominio del maschio nei confronti della donna (e della moglie in primis), che viene spesso trattata con aggressività fisica e verbale, nonché obbligata ad avere molti figli, che saranno poi, in frequenti casi, abbandonati dal padre. Nello stesso contesto, l’attuale Papa ha parallelamente criticato apertamente lo speculare atteggiamento del “marinismo”, basato su un’interpretazione errata della figura di Maria, nel quale la donna è considerata spiritualmente migliore del maschio e quindi destinata a sopportare tutte le sofferenze inflitte dagli uomini.

Inoltre Murgia, che pure intelligentemente ha trattato della parabola troppo spesso dimenticata della dramma perduta, come mai non ha accennato ad Ester, Giuditta, Debora, Rut e Abigail, donne bibliche forti, coraggiose e dall’apporto decisivo, ma purtroppo snobbate anche loro dalla maggioranza dei predicatori? A queste figure bibliche femminili del Vecchio Testamento è dedicato un capitolo del mio saggio “Il genio delle donne”.

 

Ecco, se consideriamo tutti questi passi biblici, i documenti del Magistero della Chiesa sull’argomento che si sono susseguiti dal 1982 ad oggi, e soprattutto la “Lettera alle Donne” di Giovanni Paolo II, non ci sono più scuse per i predicatori cattolici, consacrati e non, per trasmettere una visione maschilista né del matrimonio, né del rapporto uomo/donna in generale, né del ruolo della donna nella società. Ossia, dopo questi documenti, nulla è più come prima. Almeno in teoria.

Per non rimanere nell’astratto, nel mio saggio “Il genio delle donne” ho presentato una carrellata di esperienze femminili che traducono le parole bibliche e papali in fatti concreti: donne capo di Stato, ministre, scienziate, giornaliste, ambientaliste, imprenditrici, donne impegnate nel volontariato, donne “della porta accanto”, che hanno ottenuto nelle loro attività risultati straordinari e hanno contribuito a rendere il mondo, a grande o a piccola scala, più giusto e umano, ben conciliando il ruolo, comune a molte di loro, di madri (in molti casi anche di famiglia numerosa) con quello di donne impegnate “ben oltre la famiglia” (per dirla con Giovanni Paolo II) nei più svariati fronti. E ho parlato anche di uomini che credono davvero nel genio femminile, che ritengono corretto valorizzarlo e che collaborano volentieri con le donne (moglie compresa) sia nel lavoro e nel sostegno di giuste cause, sia nella gestione della casa e della famiglia.

Veniamo alla parte di “Ave Mary” su Madre Teresa e Gianna Beretta Molla.

Che il modello di santità femminile debba essere per forza bidimensionale (medaglia) e che Teresa e Gianna siano le due sole facce possibili, mi pare alquanto riduttivo. Semmai questo può rappresentare il pensiero di coloro che hanno fatto finta che la “Lettera alle Donne” non sia mai stata scritta.

Riguardo alla Beata suora albanese, che non debba essere solo lei la più degna rappresentante della “faccia consacrata” della medaglia del modello femminile del cattolicesimo, e che oltre alla sua (eccezionale) esperienza sia opportuno ricordare e valorizzare anche quella di altre religiose che si sono spese nella difesa dei poveri e dei deboli, questo è fuor di dubbio. E’ quello che ho fatto nel “Genio delle donne”: ho parlato sì ampiamente di Madre Teresa, ma anche di suor Eugenia Bonetti, impegnata attivamente nel recupero delle prostitute (nonché, per inciso, relatrice alla manifestazione delle donne “Se non ora quando” il 13 febbraio 2011 a Roma) e di suor Rita Giaretta, responsabile di una casa di accoglienza per donne immigrate. Analogamente, bene ha fatto Murgia a far notare come certi esponenti della Chiesa (o piuttosto i media?) abbiano in alcuni casi strumentalizzato Madre Teresa per presentare una visione della donna decisamente maschilista, interpretando il pensiero della Beata albanese. Peccato che Murgia, alla fine, ci sia cascata anche lei: nonostante abbia evidenziato, a ragione, l’eccessiva sottolineatura (più mediatica o più ecclesiale?) di determinate affermazioni di Teresa sull’aborto e sul ruolo della donna (peraltro non lette insieme ad altre sue frasi e testimonianze), l’Autrice ha perso l’occasione per far presente ai suoi lettori che la Suora degli ultimi tra gli ultimi: 1) oltre alle ben note virtù spirituali, era donna forte e dotata di indubbie capacità manageriali, altrimenti non avrebbe aperto in continuazione case di accoglienza per i poveri in tutto il mondo, 2) pur condannando l’aborto, non promuoveva affatto, senza se e senza ma, le gravidanze “tutte, sempre e comunque”, altrimenti non sarebbe andata in giro per il mondo, specialmente nei Paesi poveri, a insegnare i metodi naturali, 3) era ben lontana, di fatto, dall’immagine di donna silente, inerte e passiva che qualcuno vorrebbe trasmettere. Quindi il problema non è Madre Teresa, la cui figura e il cui operato rimangono di fondamentale importanza ed esempio, ma la rappresentazione univoca che ne viene data dai media e da certi esponenti della Chiesa.

Allo stesso modo, tra le donne sposate e madri, il problema non è Gianna Beretta Molla, che con la sua vita esemplare ed il suo altruismo ed eroismo (è come se si fosse buttata in mare, pur sapendo nuotare poco, per salvare uno dei suoi quattro figli che stava per annegare) si è meritata l’onore degli altari. I problemi sono altri: 1) santa Gianna, purtroppo, non viene quasi mai ricordata come una brava pediatra ma solo come “madre di famiglia”; 2) tranne rare eccezioni, non hanno avuto la medesima “visibilità” altre donne, che al pari di molti santi e beati maschi (come dice Murgia), hanno dato in varie parti del mondo la loro testimonianza di fede negli ambiti della vita politica, sociale, scientifica, professionale o comunque in ambito esterno alla famiglia o al convento, ricevendo, per il loro impegno, insulti, persecuzioni e derisioni, fino a rimetterci la vita. In realtà, di sante politicamente e/o culturalmente influenti, ce ne sono state, eccome, al di là del fatto che, presto o tardi, abbiano preso i voti o meno: Caterina da Siena, Giovanna d’Arco, Brigida di Svezia, Edith Stein, solo per fare alcuni esempi. Santa Brigida, tra l’altro, è stata sia madre (di 8 figli) che poi fondatrice di un ordine religioso. Ciò che è scarsamente “visibile” non è il nome di queste sante, ma proprio il complesso del loro operato. E guarda caso, la parte del loro operato (sempre ispirato dalla fede) che è sconosciuta ai più è proprio quella che concerne la loro influenza “politica” e sociale.

Riguardo quindi alla presunta scelta obbligata, per la santità femminile, tra la sposa “modestamente bella e interiormente pura, attiva nella fertilità e passiva nel carattere, sposa fedele e madre fino alle estreme conseguenze” e la donna consacrata a Dio e – quando va bene – caritatevole verso i suoi figli mondani, questo rigido modello bidimensionale dipinto da Murgia come caratteristico della Chiesa, è alquanto riduttivo e non rappresentativo del pensiero ecclesiale, almeno di quello ufficiale che risulta agli atti. E’ vero, questo modello bidimensionale rigido viene ancora proposto alle donne da alcuni esponenti del clero. Ma la “Lettera alle Donne” e i successivi scritti sia di Wojtyla che di Ratzinger, che piaccia o no, sanciscono in maniera inequivocabile come i due modelli di santità femminile descritti da Murgia non siano per nulla gli unici possibili. Le figure femminili che ho presentato nel “Genio delle donne” sono sì, in molti casi, “attive nella fertilità”, ma tutt’altro che passive nel carattere (lèggere per credere). In esse si può trovare il “cuore che serve”, ma anche, indubbiamente, la “testa che ordina”. Quindi non dovremmo, in teoria, attendere molto per vedere elevate all’onore degli altari molte altre donne di fede e nello stesso tempo influenti e decisive per la società, oltre a quelle che già conosciamo. E soprattutto ci auguriamo che le informazioni a riguardo ci vengano trasmesse in modo completo, senza per forza costringere i soliti/e insaziabili volenterosi/e a cercarle per ore nei meandri delle biblioteche o di Internet (tanto, prima o poi, le trovano) e ad accollarsi, loro, il compito di divulgarle.

In conclusione, gli strumenti in mano alla Chiesa per affermare la necessità di una piena partecipazione delle donne, anche mogli e madri, alla vita pubblica a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, e per porre fine alla riduzione della donna a solo corpo da desiderare, o a solo angelo del focolare, ci sono tutti. Basta conoscerli, farli conoscere, utilizzarli al meglio e metterli in pratica.


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