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“Blu cavolfiore” di Maria Caterina Prezioso

Jacob e Jurek, uno un sopravvissuto, l'altro un mistificatore. Una partita a dadi che ha come posta in gioco una nuova frontiera, forse l'unica possibile. Blu cavolfiore di Maria Caterina Prezioso

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Scheda del Libro

Titolo Blu Cavolfiore
Autore Maria Catrina Prezioso
Uscita 2013
Editore Golena
Pagine 122
Recensito da Pee Gee Daniel
ISBN 9788884251428
Anteprima
Genere narrativa generale

Il nuovo romanzo di Maria Caterina PreziosoBlu Cavolfiore”, pubblicato dalla casa ed. Golena, che risorge gloriosamente dalle ceneri delle storiche edizioni antagoniste Malatempora, risulta davvero interessante, soprattutto per il pastiche narrativo (oltre che per le importanti informazioni contenutevi). Uno stile agile e scanzonato, che riesce a giustapporre il grande dramma collettivo della nutrizione e dello sfruttamento industriale di agricoltura e farmacologia da una parte e di (apparentemente) piccole storie di provincia dall’altra.

Il libro è diviso in due narrazioni alternative, ognuna di esse portata avanti dai rispettivi personaggi, diversi e ben distinti, che parlano al lettore in prima persona e dialogano tra loro, seppure a distanza, tra la conclusione di un capitolo e l’attacco del successivo. Le due voci, talora in attrito, appartengono a Jurek e Jakob.
Il primo è una figura pressoché incorporea, una coscienza impalpabile, la vocina che spesso rimbomba in noi obbligandoci a dubitare di tutto ciò che ci viene offerto come buono e indiscutibile, talora rischiando di spingerci sin quasi alla paranoia. L’epiteto che per tutto il romanzo lo insegue è quello di “mistificatore”, anche se, a ben vedere, l’uso che ne fa l’autrice è del tutto ironico, visto che tale potrebbe essere definito giusto da chi voglia tacciarlo di dietrologie fantasiose sentendosi in dovere di mantenere segreti non divulgabili. Jurek infatti ci informa sin nel più scrupoloso dettaglio delle manovre ufficiose, e talvolta occulte, che le aziende farmaceutiche mettono in atto in combutta con le multinazionali che presiedono alla modificazione genetica degli alimenti, per arricchirsi senza troppi scrupoli, a discapito di quei “consumatori” che, in buona fine, fuori dalle terminologie mercatistiche, siamo poi tutti noi, gente comune.

A controcanto si inserisce invece la storia di Jakob. Stavolta ci troviamo di fronte a un narratore intradiegetico, voce narrante e personaggio narrato insieme, alle prese con le sue piccole vicende di professore liceale di ruolo, spedito verso cattedre sperdute nel settentrione nebbioso e barbarico, prima nella zona del nord-est, quindi in quella del nord-ovest. Un simpatico romano, di sinistra, dall’orientamento omosessuale vissuto nella sua tranquilla ferialità, che si vede catapultato nel Veneto democristo-leghista e puritano, ma anche laborioso e allegro, con cui si rapporta senza pregiudizi, anzi avvicinandoglisi con umana tenerezza. Così come farà con i novesi, piemontesi già mezzi liguri, taciturni e dalle scarse capacità relazionali.

Ma perché l’epiteto fisso con cui ci viene presentato è quello di “sopravvissuto”? A che cosa è sopravvissuto? Jakob – che già nel nome riecheggia quel personaggio biblico che “lottò contro Dio e vinse”, come ci dice di lui il celebre appellativo Israele – è un figlio minore della rivoluzione giovanile post-bellica. Troppo giovane per essere un sessantottino, porta con sé le esperienze vissute nel ’77, data dell’ultima clamorosa rivolta culturale contro il Sistema. È dunque, prima di tutto, sopravvissuto a un sogno, da cui sembra che l’intera collettività si sia bruscamente svegliata già da tempo. E la sua sopravvivenza consiste nel comporre quotidianamente i grandi ideali di un tempo, ma pur sempre validi, e le piccole felicità private del presente, visioni ideologiche e convivenze coi vicini, lo storicismo hegeliano-marxista e le piccole storie di tutti i giorni che aiutano a campare, e forse a trovare anche qualche spiraglio di felicità, intercettata magari tra le verdure del proprio orticello, dal valore voltairiano certo (si rammenti l’explicit del Candide), ma inteso non di meno come l’alternativa (se non si vuol parlare di piccola rivoluzione privata e personale) a quegli ogm e a quel sistema di potere gestito dalla mafia industriale contro cui ci metteva prima in guardia Jurek.

Fuggire dalla globalizzazione nel suo senso deteriore e cercare rifugio nei provincialismi, dove ancora si vive gomito a gomito con gli altri, con i quali ci si deve pur sforzare di fraternizzare per il bene nostro e altrui. Il tocco di stile si ritrova proprio su tutta la parte svolta nel paludato territorio di Novi Ligure. Una provincia a tutta prima chiusa ed esclusiva, fatta anche di arricchimenti veloci e di valori svenduti in fretta e sulla quale, inevitabilmente, aleggia, come lo spettro dell’Amleto, la storia di Erika e Omar – perfetta rappresentazione, anche mediatica, dello sbando e dello smarrimento vissuti dentro l’attuale tessuto sociale italiano – senza che però l’autrice la nomini mai esplicitamente.

Anzi, la Prezioso privilegia significativamente un racconto locale del tutto diverso, e a suo modo mitopoietico: quello dei Campionissimi del ciclismo (Coppi e Girardengo) e dell’amicizia tra il bandito anarcoide Sante Pollastri e Girardengo stesso (già ricordata in una celebre canzone di De Gregori); voltandosi così verso tempi e luoghi più sporchi, poveri e ignoranti di adesso, ma anche più ricchi di quel coraggio e di quelle tempre che creano leggende e forgiano epoche.


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