La morte nella poesia

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Scheda del Libro

Amore e morte sono due dei temi più presenti nella letteratura, tanto che Leopardi li definì fratelli. Che siate poeti o no, la morte è sicuramente un elemento che fa o farà parte della vostra vita e dire addio alle persone care non è semplice, come non è semplice ripensare a loro senza soffrire ancora una volta come se fosse la prima.

Ma è in casi come questi, tra gli altri, che la poesia ha un grande effetto taumaturgico, ancora una volta ci pone di fronte alla nostra più intima essenza: quella di esseri umani che soffrono e che nella sofferenza riconoscono un dolore condiviso, riconoscibile, vero più che mai.

Neruda: Amore mio, se io muoio e tu non muori

Pablo Neruda è il più grande poeta cileno di tutti i tempi ed uno dei più interessanti di tutto il Novecento, ognuno di noi infatti non può non aver letto o sentito qualche suo verso.

Ha scritto poesie sui temi più disparati, dall’impegno civile all’amore più profondo, tutte espressione di una grande passione per la vita.

Egli fu infatti in grado, a suo tempo, di parlare al cuore di tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale.

In questa lirica dedicata alla persona amata Neruda lascia nella mente del lettore un grande insegnamento: un amore non finisce neanche con la morte ma soprattutto esso non deve mai e poi mai essere sostituito dal dolore, si tratta di un amore che cambia solo circostanza, forma, ma senza perdere la sua potenza.

Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Le liriche di Pavese sono abbastanza conosciute nel panorama italiano e questa in particolar modo per via della sua struggente bellezza.

Il poeta piemontese la scrisse nel 1950, poco prima del suicidio a lungo meditato, la sua pubblicazione risulta infatti postuma.

La poesia fu dedicata all’amata Constance Dowling; un amore non ricambiato, uno dei tanti, causa della costante malinconia del poeta da sempre intrappolato nella sua visione della vita.

La lirica diviene così un presagio, un presagio che lascia il lettore senza parole e con la gola secca.

Pavese descrive la morte come un ‘’vizio assurdo’’, un vizio che lo accompagnò per tutta la vita, logorandolo dall’interno, prendendo il controllo della sua vita, fino all’estremo gesto.

Chi legge Pavese non può che sentire una strana sensazione sulla propria pelle, una voglia estrema di essere amati e di amare, anche in circostanze come questa, per rendere anche l’ultimo momento il meno angoscioso possibile clicca qui.

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